Rinaldo “Ron” Sartor

Per chi è cresciuto nell’era “social” è difficile immaginare le difficoltà di reperire informazioni su giocatori che hanno calcato i ghiacci italiani oltre cinquantanni fa. Una ricerca su facebook e spesso si riesce a contattare la persona cercata anche se si trova in un angolo angusto del mondo. Qualche anno fa non era così, anzi: si facevano ricerche su centinaia di siti per trovare qualche informazione utile, un indirizzo, una mail e pochissime volte si riusciva a trovare il contatto giusto. Poi qualche volta capitava di essere contattati da qualcuno dei protagonisti della storia dell’hockey italiano: questo è il caso di Ron Sartor, di cui ripropongo questo articolo. Persona solare, amichevole, allegra con cui ho avuto modo di scambiare lungamente mail inerenti alla sua vita e più semplicemente di saluti in occasione delle feste.

Quando cerchi contatti utili per ricostruire la storia dell’hockey milanese, non puoi fare a meno di farti rapire dai racconti di un uomo che ha giocato a Milano, sponda Diavoli Rossoneri, nei primi anni ’50 e che per giunta ti ha contattato per renderti partecipe dei suoi ricordi.
Rinaldo Sartor, classe 1931, canadese originario di Azzano Decimo, Udine, è un fiume in piena e al ritmo di due/tre mail al giorno racconta alcuni degli aneddoti della sua carriera italiana.
“Venire in Italia per giocare ad hockey nel paese di mio padre è stata una delle più grandi esperienze della mia vita. Ci vollero sette giorni di viaggio da Sault Ste Marie a Milano. Fui il ragazzo più felice della terra scendendo dal treno nel capoluogo lombardo. Rimasi stupito dalle sculture e dai marmi della stazione centrale: avevo letto molto dell’Italia ma vederla di persona fu un’altra cosa”.
Sartor non fu il solo giocatore italo canadese arrivato in quella stagione. Era pratica comune in quegli anni che la federazione portasse nel bel paese giovani giocatori oriundi per poi dividerli tra le varie formazioni partecipanti al campionato italiano
“Il terzo giorno a Milano gli allenatori scelsero i giocatori e le squadre con cui avremmo giocato. Io fui scelto per fare il centro nei Diavoli Rossoneri, formazione in cui trovai Aldo Federici, Bucchetti, Bedogni, Fresia, De Felice, Pete Roy e Spike Bremner. Eravamo una squadra corta ma molto buona, allenata da coach Bestagini: giocammo dodici incontri vincendoli tutti. Io risultai essere il miglior marcatore della squadra. Di quella stagione conservo ancora le foto di alcune gare e della festa per la vittoria del campionato”.
Si parla del campionato 1952-53, conclusosi con la finale scudetto tra i Diavoli Rosso Neri e l’Hockey Club Milano. Le leggende raccontano di una partita combattuta, in bilico nel punteggio ma con il Milano allenato da Franco Rossi avanti fino al termine del secondo periodo. Si racconta anche di un rientro nello spogliatoio dei Diavoli particolarmente acceso con un Bestagini in grado di “scuotere” i suoi giocatori in un modo poco ortodosso. Impossibile per me non fare domande ad uno dei protagonisti di questo storico incontro, giocato ormai oltre cinquantacinque anni fa.
“Ho incontrato Carlo Longarini (giocatore del Bolzano negli anni ’60 ndr) al casinò: molti di noi vecchi italiani andiamo li qualche ora tutti i giorni. Abbiamo parlato dei giorni passati in Italia e di hockey. Quel campionato si concluse a Bolzano: noi dei Diavoli Rossoneri vincemmo i primi quattro incontri per poi giocarci il titolo contro il Milano Inter. Fu una partita molto combattuta, anche nel punteggio. Eravamo nel nostro spogliatoio quando un giocatore del Milano aprì la porta dicendo di volermi parlare. Uscimmo in corridoio e mi disse che Rossi, il suo allenatore, avrebbe dato 10000 lire a ogni giocatore che ci avesse realizzato un gol. Questo giocatore mi chiese di lasciarlo andare qualora avesse avuto il disco così da poter segnare e guadagnarsi quei soldi. Nel ’53 il cambio lira dollaro corrispondeva a circa 630 lire per un dollaro, 10000 lire erano quindi circa 16 dollari. Fu una cosa che mi fece arrabbiare molto e per questo raccontai tutto al resto della squadra. Entrammo sul ghiaccio per giocare il terzo periodo: noi pattinammo più forte e veloce e questo ci consentì di vincere il campionato. Loro avevano qualche giocatore in più ma noi vincemmo giocando con il cuore, al 100% delle nostre possibilità.
Come detto Rinaldo è un serbatoio di aneddoti, la sua mente corre veloce a quei giorni ed è fiero di potere raccontare qualsiasi cosa possa essere di interesse.
“Andammo in trasferta ad Auronzo, dove giocava un altro dei ragazzi provenienti dal Canada, Don Lato. Al nostro arrivo faceva un gran freddo e si faceva fatica a respirare a causa dell’altitudine. La nostra squadra era più forte malgrado fosse più ”corta”: per combattere il freddo durante gli intervalli avevamo un bicchiere di vino caldo con le mele. Al termine dell’incontro eravamo tutti mezzi ubriachi e felici. Non si può dire che fu una partita “seria” ma alla fine eravamo tutti amici, andammo al bar per bere qualche drink cantando qualche canzone italiana: fu una trasferta bellissima”.
Non solo trasferte italiane per Sartor e compagni che con quella che lui chiama “international team”, una sorta di “All Star Team con tutti i migliori giocatori provenienti dalle squadre italiane” attraversò l’Europa affrontando esperienze diverse sotto tutti i punti di vista.
La sua memoria va in particolare ad un incontro giocato alle pendici del Monte Bianco contro lo Chamonix:
“Il palaghiaccio era all’aperto e faceva veramente freddo ma i francesi erano belle persone. Durante gli intervalli ci portarono the caldo e biscotti: difficilmente un giocatore di hockey mangia durante la gara ma era un incontro amichevole come quello giocato ad Auronzo. Vincemmo anche quella partita. La città di Chamonix era grande, andammo a mangiare, ballare e quindi al Casinò: fu una trasferta perfetta”.
Non solo esperienze positive per quella formazione e per Sartor che ha un ricordo ancora vivo di una trasferta in terra austriaca
“Il palaghiaccio di Innsbruck era all’aperto e per raggiungere la pista di gioco dovemmo pattinare su duecento piedi di superficie ghiacciata. La nostra squadra era nettamente più forte tanto che il punteggio dopo neanche due periodi di gioco era di 4-0 per noi. Il pubblico era arrabbiato, negli angoli della pista c’erano delle reti di protezione. Io e De Felice stavamo lottando per il controllo del disco in un angolo quando un tifoso austriaco urtò il mio compagno attraverso la rete. Lui si alterò e cominciò a colpire le persone con la stecca costringendo l’arbitro ad interrompere il gioco per una decina di minuti. Quando l’incontro ricominciò la folla ci lanciò addosso delle bottiglie. Alla fine del periodo l’allenatore ci disse che forse sarebbe stato meglio perdere la partita per uscire vivi da quella situazione. Cominciammo così il terzo tempo giocando come bambini tanto che l’Innsbruck ci rimontò vincendo per 5-4. Al termine della gara i tifosi austriaci continuarono a inveire colpendoci con calci e pugni mentre uscivamo dal ghiaccio. Ci barricammo nello spogliatoio e loro cercarono di entrare. Fortuna volle che fosse presente il console italiano che parlava austriaco e spiegò alla folla che avrebbe sollevato un caso internazionale nel caso qualcuno avesse colpito un nostro giocatore.
Quando fummo sul treno che ci avrebbe riportato a Milano, entrarono nel nostro compartimento due poliziotti che cercavano De Felice. Lo fecero scendere dal convoglio per portarlo alla stazione di polizia di Innsbruck dove lo tennero in cella per una notte perchè aveva dato il via alla rissa dello stadio. Lo “rispedirono” a Milano solo il giorno dopo, credo che imparò la lezione…”
Già forse la imparò personalmente me li immagino al casinò mentre ricordano quei fatti facendosi quattro sane risate: purtroppo Sartor rimase a Milano una sola stagione.
“Furono tante le ragioni che mi portarono in Italia. Io sono nato in Canada ma il mio cuore è italo canadese, per i miei genitore sarebbe stato meglio che io frequentassi altre famiglie canadesi che non erano come noi italiane così io decisi di partire per scoprire l’Italia. Ho imparato che gli italiani sono le persone più calde e socievoli fra tutti coloro che ho incontrato nella mia vita, sono sempre stati gentili con me. La paga per giocare ad hockey era buona e la federazione italiana fu sempre disponibile nei miei confronti. Ho poi avuto modo di vedere posti in Europa che non avevo mai visto prima, e tutto il nord Italia, inclusa Venezia. Ma la cosa più importante fu incontrare i miei nonni ad Azzano Decimo. Rimasi li quattro giorni con i miei parenti, alcuni dei loro amici e i miei cari nonni. A quel tempo quello era un viaggio di una vita. Mi offrirono di tornare a giocare a Milano, di andare in Svizzera a Zurigo o in Francia a Chamonix. Io ho ancora qualche rimpianto ma avevo un buon lavoro per cui decisi di rimanere in Canada”
Un vero peccato per la nazionale italiana…
Grazie Rinaldo, italiano di Sault Ste Marie, canadese di Azzano Decimo, Udine…

Author: Claudio Nicoletti